Sono un poeta, Giuseppe Ungaretti

Published on by michelam

 

Ungaretti lontano

Sono un poeta

un grido unanime

sono un grumo di sogni


Sono un frutto

d’innumerevoli contrasti d’innesti

maturato in una serra

Giuseppe Ungaretti, Sono un poeta, da Vita di un uomo

Ungaretti soldato

 

 

 

Impossibile certo rispondere alla domanda: cos'e' la poesia. Ognuno ha detto, dice e dira' sempre la sua.

Non voglio sprecare parole inutili dunque.

Ho solo scelto questo testo, cosi' spesso accusato di essere troppo banale e semplice, nonche' privo di spessore culturale e valore artistico. “Solo perche' e' di Ungaretti...” “Io potrei fare di meglio... Guardi...”

E sia.

Ma Giuseppe Ungaretti fu poeta consapevole.

Grande rivoluzionario delle lettere (ha definitivamente scardinato gli schemi poetici della nostra tradizione, gia' fortemente incrinati da autori come il Leopardi da lui tanto amato, anche grazie agli stimoli che gli giunsero dalla Francia dove pote' entrare in contatto con personalita' d'eccezione e d'avanguardia del calibro di Apollinaire), lo vediamo in una foto vestito da soldato.

Perche' fu soldato, Ungaretti. Sul Carso. Durante il primo conflitto mondiale. La' dove vide la morte, quotidiana, arrivare improvvisa e orrenda, e dove, per reazione e slancio istintuale alla vita, senti' la forza e la bellezza del mistero dell'esistenza. Quando - lui stesso racconta - annotava le sue impressioni su un taccuino che sempre portava con se' o su qualunque altro oggetto potesse sembrargli utile allo scopo.

Appunti di istanti. Dai quali, consapevolmente rielaborati e rifiniti, nascera' la raccolta Allegria, che, insieme a tutte le altre ungarettiane, confluira' nel volume Vita di un uomo.

In un'altra immagine, piu' sopra, lo vediamo maturo, e naturalmente segnato; ma sempre un sorriso aleggia su quel volto da “superstite lupo di mare” (Allegria di naufragi), e su quello sguardo pensoso, che sembra guardare lontano.

Che' Ungaretti e' poeta dell'ottimismo, ma anche del mistero contemplato con meraviglia e timore, cosi' come della moralita'. E la moralita' presuppone la responsabilita' nei confronti dell'uomo.

 

Si sa “un poeta”, Ungaretti. E solo un poeta: niente piu' di questo. Un poeta tra tanti, e certo non al di sopra di quell'umanita' comune rispetto alla quale alcuni artisti hanno voluto e vogliono ostinatamente marcare la distanza.

Egli si sa “un grido unanime”: una voce urlata e concorde, che assume in se' le voci dell'umanita' tutta perche' siano ascoltate, e perche' il loro messaggio incida su chi ascolta. La voce del singolo che altro sarebbe se non destinata a rimanere inascoltata?

E si sa “un grumo di sogni”, delle aspirazioni sue e di coloro di cui ha incrociato e appreso le vicende. Un “grumo di sogni” che ricorda il “libro di sogni poetici” di Leopardi, che cosi' definiva le sue Operette morali. “Morali”, appunto...

La prima responsabilita' morale sembra allora dare voce e con vigore all'uomo.

Frusta la metafora vita-pianta, ma il poeta la rideclina. Si definisce frutto di infiniti e contrastanti innesti. Ungaretti e' il frutto di una pianta su cui si sono innestate esperienze esistenziali e culturali le piu' varie, di cui e' l'erede, il figlio, il testimone e portavoce.

E' certo un frutto “maturato in una serra”: la quale, se scalda e dunque alimenta la crescita, chiude e impedisce di sfondare verso l'oltre. “Serra” che allora completa la metafora dell'esistenza come intrinsecamente limitata, oltre che precaria, sebbene infinitamente ricca.

 

Ancora: “poesia e' il mondo / l'umanita' / la propria vita / fioriti dalla parola / la limpida meraviglia / di un delirante fermento” (Commiato).

Dal caos ribollente che ci perde, sboccia il puro miracolo della parola, da cui fiorisce la vita. Perche' la parola, nel momento in cui e' scritta, poi letta, poi sentita, la vita la crea, in noi.

Cos'e' allora la poesia, se ci accompagniamo ad Ungaretti?

Meravigliose parole nate da una vita interiore in fermento, ricca delle esperienze proprie e altrui, alimentata dal senso di appartenere ad un'umanita' comune di cui vengono gridati nei versi i dolori e i desideri, gli incubi e i valori.

 

Perche' dovrebbe interessarci la poesia quindi? Perche' parla di noi. Perche' da' voce a noi (“un grido unanime”), perche' esprime i nostri sogni (“sono un grumo di sogni”), perche' tra le tante prospettive e visioni della vita ospita anche la nostra (“un frutto d'innumerevoli contrasti d'innesti”) cosi' che possiamo incontrarla se la cerchiamo o possiamo conoscerne altre se esploriamo. Perche' nella poesia possiamo riconoscerci e conoscere. E cio' pare tanto piu' necessario dal momento che rigogliosi alberi possiamo anche essere, ma cresciuti in una serra rimaniamo.

 

 

 



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