Elementi di metrica 5: Le rime

Published on by michelam

 

PER CERCARE UN TERMINE PRECISO, PREMERE CTRL + F

 

Due parole si dicono in RIMA quando presentano un’identità di suoni a partire dalla vocale su cui cade l’accento tonico. Le parole che producono la rima si trovano, nella quasi assoluta maggioranza dei casi, alla fine del verso.

Attenzione dunque: perché si abbia una vera e propria rima vi deve essere l’identità di suoni a partire dalla vocale sui cade l’accento tonico della parola. Quindi saltare e ballare creano una rima, mentre temere e prendere non sono in rima; in prendere, infatti, l’accento tonico cade sulla prima e.

Le parole che producono la rima prendono il nome di PAROLE RIMA.

Si definisce invece SUONO RIMA l'insieme delle lettere che producono la rima stessa.

 

All’interno di un testo poetico la rima svolge delle funzioni importanti perché

  • contribuisce in maniera sostanziale a scandire ed arricchire il ritmo, e quindi la musicalità, del componimento;

  • stabilisce rapporti fonici tra parole diverse

  • ponendo spesso in relazione i due termini dal punto di vista semantico.

 

Le rime si distinguono in base al loro disporsi nell’ambito di una sequenza di versi. Esistono pertanto diversi SCHEMI RIMICI canonizzati nella nostra tradizione poetica.

Per definire lo schema rimico, i versi contenenti uguali suoni rima vengono indicati con una stessa lettera dell’alfabeto (maiuscola se il verso è un endecasillabo, minuscola nel caso si tratti di qualunque altro tipo di verso).

Vediamo le sequenze di rime più diffuse nella letteratura italiana:

 

Rima baciata: si ha quando due versi consecutivi rimano tra loro secondo lo schema AA BB CC

O cavallina, cavallina storna

A

che portavi colui che non ritorna

A

(G. Pascoli, La cavalla storna)

 

Rima alternata: unisce due versi alternativamente secondo lo schema AB AB

Forse perché della fatal quiete

A

tu sei l’imago, a me sì cara vieni

B

o sera! E quando ti corteggian liete

A

le nubi estive e i zefiri sereni

B

(U. Foscolo, Alla sera)

 

Rima incrociata: unisce il primo verso al quarto, il secondo al terzo secondo lo schema AB BA

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono

A

di quei sospiri ond’io nudriva 'l core

B

in sul mio primo giovenile errore

B

quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono

A

(F. Petrarca, Canzoniere)

 

Rime invertite: si succedono a tre a tre in ordine inverso (ABC-CBA oppure ABC-ACB)

cantò fatali, ed il diverso esiglio,

A

per cui bello di fama e di sventura

B

baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

C

 

 

Tu non altro che il canto avrai del figlio,

A

o materna mia terra; a noi prescrisse

C

Il fato illacrimata sepoltura.

B

(U. Foscolo, A Zacinto)

 

Rima incatenata o terza rima (detta anche rima dantesca, perché usata da Dante nella Divina Commedia): lega insieme strofe di tre versi (terzine) in una sorta di catena, essendo il primo verso legato al terzo, il secondo al primo e al terzo della strofa successiva, ed introduce in ogni nuova strofa un nuovo suono rima secondo lo schema ABA BCB CDC etc.

Nel mezzo del cammin di nostra vita

A

mi ritrovai per una selva oscura,

B

che la diritta via era smarrita.

A

 

 

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

B

esta selva selvaggia ed aspra e forte

C

che nel pensier rinnova la paura!

B

(Dante, Inferno)

 

Rima interna: quando almeno una delle parole che formano la rima si trova all’interno del verso.

 

E cadenzato dalla gora viene

 

lo sciabordare delle lavandare

a A

(G. Pascoli, Lavandare)

 

Rimalmezzo: cade tra parole di cui almeno una è interna al verso (e coincide con la cesura).

 

Odi greggi belar, muggire armenti,

A

gli altri augelli contenti a gara insieme

a

(G. Leopardi, Il passero solitario)

 

Si possono trovare anche rime particolari. Ne elenchiamo qui due.

Rima equivoca: unisce parole di uguale suono, ma con significato diverso, per esempio sole (astro) e sole (aggettivo). Se la parola è la stessa anche dal punto di vista semantico, si può parlare di rima identica.

Rima ipermetra: si verifica tra una parola piana e una sdrucciola. Di quest'ultima non si considera l'ultima sillaba.


È quella infinita tempesta

 finita in un rivo canoro. 
 Dei fulmini fragili resta-no 
 cirri di porpora d'oro.  

(G. Pascoli, La mia sera)

 

Laddove non sia identificabile uno schema rimico tradizionale, si possono incontrare le seugenti tipologie:

 

- VERSI SCIOLTI

Quando i versi non sono legati tra loro da alcuno schema di rime istituzionalizzato dalla nostra tradizione. I suoni rima dunque si possono alternare liberamente, eventualmente sostituiti da assonanze e consonanze.

I versi sciolti sono entrati in uso nella poesia dell’Ottocento (anche molti componimenti di Leopardi sono in versi sciolti) e si sono affermati nel Novecento.


ASSONANZA E CONSONANZA

Attenzione a non confondere l’assonanza e la consonanza con la rima. Nella rima vi è una perfetta identità dei suoni dopo l’accento tonico. Nell’assonanza vi è l’identità delle sole vocali; nella consonanza l’identità delle sole consonanti.

 

nostri-volti(assonanza)

partisti-rimasta (consonanza)

 

- VERSI LIBERI

Quando non è possibile rinvenire nemmeno uno schema preciso a livello di versi.

Ad esempio, un sonetto è costituito normativamente da endecasillabi.

La canzone, il genere metrico più nobile della nostra tradizione, è costituito da strofe dette stanze, in cui possono comparire endecasillabi, settenari e quinari. Ogni stanza deve però presentare lo stesso schema di rime e la stessa tipologia versi, disposti nella stessa sequenza.

Un componimento in versi liberi presenta i più diversi tipi di versi senza che sia possibile individuare una schema nella loro sequenza.

Un esempio di componimenti in versi liberi è Sono un poeta di Ungaretti.

To be informed of the latest articles, subscribe:
Comment on this post