Elementi di metrica 4: Il verso - Cesure e enjambement

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In poesia, il ritmo è determinato anche dalle pause metriche e sintattiche che impongono una sosta nella lettura del verso e dunque un rallentamento del flusso musicale.


La CESURA (dal latino caedo'tagliare') è appunto una pausa interna al verso, che ne risulta diviso in due unità dette emistichi.

Essa può coincidere con una pausa sintattica, generalmente indicata da un segno di punteggiatura:

Oggi non faccio nulla. // Faccio festa.

(Umberto Saba)

 

Altre volte, è il ritmo stesso a guidarci nell'individuazione di una cesura, che serve al poeta per mettere in rilievo le parole che precedono e/o seguono la pausa.

 

La pausa più incisiva si stabilisce alla fine di ogni verso, che – ricordiamo – è un'unità metrica, dotata di un proprio ritmo la cui autonomia melodica va rispettata. Sarebbe dunque “naturale” sostare alla fine di ogni verso per rispettarne l'unità.

 

In poesia si verifica però frequentemente che unità metrica e unità sintattica non corrispondano. Con unità sintattica si intende un periodo o una proposizione. Più nello specifico, qui si intende un'espressione sintattica unitaria, ossia un insieme di parole che non possono essere lette separatamente, a causa per esempio di una cesura a fine verso interposta tra di esse.

Unità sintattiche unitarie sono in primo luogo soggetto e predicato, predicato e complemento oggetto, nome e aggettivo, nome e complemento di specificazione etc. Se uno di questi elementi si trova alla fine di un verso e l'altro all'inizio del verso successivo, il lettore deve dunque “compiere lo sforzo” di “inarcare” la lettura, di superare la pausa metrica per “rincorrere” il secondo termine nel verso seguente.

Si realizza in questo caso un ENJAMBEMENT (“accavallamento” o “inarcatura”, dal francese enjamber, 'scavalcare').

Le motivazioni che possono spingere un poeta ad utilizzare tale artificio sono varie: dalla volontà di creare una tensione nella lettura (rispecchiamento della tensione del poeta stesso nel momento in cui ad esempio ricordi un'esperienza per lui lacerante, o del suo slancio fantastico laddove evochi un viaggio immaginario che lo conduca lontano astraendolo dalla realtà) a quella di evidenziare parole chiave ponendole in particolare rilievo a fine o inizio verso.

 

Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quiete

(Giacomo Leopardi)

 

Move la greggia oltre pel campo, e vede

greggi, fontane ed erbe

(Giacomo Leopardi)

 

e mentre io guardo la tua pace, dorme

quello spirto guerrier ch'entro mi rugge

(Ugo Foscolo)

 

[…] E pur mi giova

la ricordanza, e il noverar l'etate

del mio dolore. […]

(Giacomo Leopardi)

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francesco 03/06/2016 10:21

La rosa di Murano (2010)

In bellezza corro giù, questa lascio con piè veloce.
Navalestro, in gondoletta! Fate presto: ho fretta.
A luna di Venezia, Ah! stasera, nulla si vieta:
scocco il volo da Lucrezia, Colombina che mi allieta.
Non ancora sa la cosa che damasca quel giardino,
la regina più graziosa che abbia visto da vicino.
Ogni volta che la penso, che alato sentimento:
che bocciolo sia l'intento, suscitandomelo intenso!
Dacché ne vidi il bel viso ad un convito di buon doge,
non son pago di un sorriso, ma, altrove, la Gran Croce...
Per la sola i mie’ sospiri! Non v'è perla che più miri,
che ti intenerisca core, che t'ispiri tanto amore.
Come scorgi gli occhi bisi di ventaglio veneziano
scopri dolci paradisi cui si sposa baciamano.
Ondeché in canaletto si sviolini serenata
piccione viaggiatore già precede l'ambascia del mio
parigrado al maggior musico di corte: cose belle!
Ve' che gioiel vedrà allora, d'un fulgor che innamora
negli accenti di un Adagio sì sublime come bacio!
Lo voglia il ciel che mi dica di sì, nel vivo stupore
a drappi d'Oriente: codesto anel non aspetta che un sì.
Alla vicina lumiera, lo riavvolgo per benino
nel casto fazzolettino che le cadde quella sera.
Mentre indiavolato rema, a un solo pensier me trema:
che in seno al caro mio ben vi alberghi ben altro bene:
non corrisposto, gran mestizia fascerebbe lo spirto
mio, come nebbia il sole. Ma la so tuttora nubile:
perciò m'è dato di sperar, e ciò mi distempra gelo.
La laguna negli argenti specchia luci quasi al largo;
al rintocco sottovento, ecco i marmi di San Marco:
lì s'innalza vecchio faro che barbaglia fascio chiaro
verso quel mar, tutto seta, ove incedono le stelle.
Non conosco poggi o monti tanto cari per figura
come quelli d'Italia; Ah, quante notti sognai l'oro
che ne infiora la Natura dalle cime tra' vapori
a ben fertile pianoro! Nella gloria di Signori,
ogni palazzo che sorge su quest'acque di smeraldo
par tessuto in un arazzo azzurro; alla via per Rialto,
allorché 'na gran chiesa ammantasi di splendor, soave,
si ode il bel canto di coro che, lodando nostro Signor,
sembra angelicare l'ora, serenissimo sussurro.
Cosa certo, da spavento, le bombarde mo' risento...
A Lepanto, che tamburi! Si rugghiò a pugni duri;
al vogar a perdifiato contro più legni cozzato:
e ad ogni cozzo bombivano galee, mentre bandiere
verdi ci vomitavan addosso il lor amaro fiele.
Se ne uccisi? Se bocconi o al tappeto io ne misi?
Ottomani col coltello ricevettero gli onori:
al quadrato degli orrori fu serrato chiavistello.
Alle ondate barbaresche rosseggiavano le schiume,
disorientate soldatesche vi persero anco il lume!
Barbarigo per ria sorte vi fu colpito a morte.
Ma la vittoria arrise ai forti. Non scordo tanti morti.
Deh, rifuggiamo dolor cocenti: che tale fior di bello
rossore non mi caschi e, tra lamenti, sogno si spezzi!
Ma mi par d'intravveder la Contarini mia tra la gente,
angelo biondo dall'acconcio crine, negli usati vezzi
di raccoglierlo in alto a guisa di tanti bei cornetti.
Fermo gondolier solerte. La osservo attentamente
rincasar. Ei fa l'affiancata. M'aggiusto gran cappello.
Sceso, ne contemplo il balcone. Avvolto nel mantello,
giro i tacchi e, nel tintinnìo di speroni, sospirando me
torna a bordo. Serata eletta, questa – mi dico -:
“Vita o morte” mio motto, tra poco scateneremo
un'offensiva a muraglie d'orgoglio: questo, l'inganno
dolce di Eros? Poiché l'Amore Vero è gran mistero
di un bello sanza fine, sì altero, croce, delizia al cor,
quasi desisto, ma, com'è vero che è me dei Moro,
così agiremo. Deciso, desisterò manco irriso.
“Eco la note ke, al ciàr di luna, corte di stele
aduna, ma come li oci di Voi ciò, no le xe bele!
Vaga Lucretia, perla di Venetia, di Adriatico
cuna...” - Ma che melodia quest'una? Ed ecco fendere
l'acque un saluto amico: 'na chitarra, un flatuccio
e do ribeche fa l'inchino, ma il piacer è tutto mio,
e mi auguro che un bel sorrisetto via via si rifletta
sul quieto specchio di tale concertante gondoletta:
“Ecco la notte, il chiar di luna e... magica laguna!
Vaga Lucrezia, perla di Venezia, ecco la notte
che chiare stelle aduna ad una ad una, ma come i cigli
bisi di Voi non sono tanto belle! Se dirlo col cuor
significa amor, ecco 'na cosa che a gioia si sposa!
V'è rosa e rosa d'amor, se cambia color vi cangia
odore; siffatta l'ho tinta nel cuor, e di rubino
color ’sto fiore. Vaga Lucrezia, perla di Venezia,
ecco ciò in segno d'amor; invero, prodigio del cuor
di natura non vile, ma quanto Voi giammai gentile!”.
Tenorile voce morente nell'aere, mi appare:
e coglie l'attimo al volo e coglie fior sanza duolo.
Nel sapermi ancora vivo, piange e nel contempo ride.
Sì: piacevolmente sorpresa, Lucrezia piange e ride!

[Una tantum note d'autore ai propri esadecasillabi: 1. Navalestro: rematore (D'Annunzio); 2. Gran Croce: vela quadra crociata, nave da guerra; 3. Bisi: occhi verdini, in dial. veneto; 4. Do ribeche: due viole; 5. Vaga L.: da leggersi Bella L. ; 6. L. piange, ché a Venezia ricevere, allora, una rosa significava che l’amato era morto in battaglia; 7. Al cantore propongo una vocalizzata scala misolidia: i=fa, é=mi, è=re, a=do, ò=si, ό=la, u=sol].



A=la, B=si, C=do, ecc. (2011) A Yoshino Emilia Carlotta

Nell’esistenza è doveroso il punto interrogativo,
poiché insostenibile la leggerezza della conoscenza.
D…Eb...E....F.....F#...G....G#....A...Bb...B.....C....C#..D
C#...D...D#..E.....E#...F#..Fx....G#...A..A#....B....B#..C#
[C]..Db..D..[Eb]..E.....F....F#...[G]...Ab.A...[Bb]...B...C
B.....C...C#...D....D#...E...E#....F#....G...G#...A....A#...B
A#...B...B#...C#..Cx..D#..Dx ..E#....F#..Fx...G#..Gx...A#
[A]..Bb..B...[C]...C#...D...D#...[E]....F...F#..[G]...G#...A
G#...A...A#...B....B#..C#..C x..D#....E...E#....F#...Fx...G#
G....Ab...A....Bb...B....C....C#...D.....Eb..E......F.....F#...G
[F#].G...G#..[A]..A#...B....B#..[C#]..D...D#..[E]...E#...F#
E#...F#..Fx...G#..Gx..A#..Ax....B#...C#.Cx...D#...Dx..E#
E.....F....F#...G.....G#..A....A#....B.....C...C#...D....D#...E
D# ..E...E#...F#...Fx..G#...Gx ..A#....B...B#...C#...Cx..D#
[D]..Eb..E....[F]...F#..G.....G#...[A]...Bb..B....[C]...C#..D
Nel morso corrosivo della notte
le scale diatoniche sono iride e incendio,
un pianoforte di invocazioni, un fortepiano di vertigine.

fsag 01/06/2016 15:16

togli ste ads che tanto non ci guadagni